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Monferrato, Langhe e Roero come SmartLand?



Scritto da Stefano Leucci il 19 gennaio 2015
Categoria #MonferratoDigitale | Tags: , , | nessun commento


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Sono giorni che penso a come spiegare il concetto che mi sento di suggerire al nostro territorio: essere SmartLand.

Mentre cercavo il punto giusto da cui partire, Aldo Bonomi scrive questo articolo su ForumPA in cui analizza lo storico confronto tra città e territorio, delineando il continuo tra i due (non)luoghi e collegandosi proprio al concetto di SmartLand.

Il centro del discorso è in questa frase:

la grande operazione tra Smart City e Smart Land è mettere assieme i creativi con i nuovi soggetti dell’economia, perché i capitalisti molecolari sono a rete corta, e se continuano così muoiono, devono produrre le reti lunghe”.

Prima di lasciarvi alle parole di Bonomi, vorrei aggiungere un pensiero per il nostro territorio.

Con Andrea, digital Champion a Guarene, abbiamo discusso a lungo di quale fosse il neologismo più appropriato con cui identificarci. Partendo dal concetto per cui SmartCity non basta più, abbiamo cercato di ricollocare la mia (e di tanti altri prima di me) idea di SmartLand con la sua (e di tanti altri) di SmartRural.

Siamo arrivati a questa conclusione:

SmartCity + SmartRural = SmartLand

In cooperazione e non in opposizione. In estensione e non in diversità.
Dunque, cerchiamo di essere smart sia in città che in periferia, ma pensiamo a come rendere coeso e sinergico l’intero processo.
Si, perché è di un processo che si tratta. Un processo di valorizzazione di tutti quei piccoli o grandi interventi necessari al cambiamento.

Ma come tradurre tutto ciò in azioni concrete?

  • Immagino subito un panorama almeno europeo in cui il Monferrato, Langhe e Roero lavorino insieme per essere veramente colline d’Europa, creando coesione e collaborazione tra gli uffici europei sul territorio al fine di valorizzare il locale, pensando al globale.
  • Banda larga e WiFi pubblico devono essere un diritto dei cittadini, necessari come l’elettricità, soprattutto in una regione che ha emanato una legge a disciplina e tutela del WiFi pubblico. Gli amici di Art. 34-bis lavorano proprio per inserire il diritto di accesso a Internet nella nostra Carta Costituzionale.
  • A questo deve sommarsi la giusta attenzione ai diritti coinvolti dal (e nel) fenomeno digitale: il diritto alla protezione dei dati personali è il più ampio di questi.
  • Penso ai dati aperti come base per una nuova conoscenza condivisa. Questo passo è necessario per creare trasparenza, partecipazione e aziende innovative sui territori, che vivano seguendo la filosofia del riutilizzo dei dati e della conoscenza detenuta dalle pubbliche amministrazioni, aumentandola e migliorandola.
  • Un punto fondamentale riguarda poi gli spazi che ci circondano: di vita, di lavoro, di discussione. La rubrica Contenitori di Vita di Paolo, e il progetto Architetture Sottili già lavorano in questo senso. Costruire SmartSpaces è il primo passo per ripensare i modelli economici di tutti i giorni: sharing economy ed economia circolare sono sicuramente i due punti di partenza per innescare buone pratiche più sostenibili.
  • Ma il vero obiettivo non è SmartCity, SmartLand o SmartRural. Ció a cui dobbiamo tendere è una SmartSociety come linfa vitale che anima e agisce nelle fredde tecnologie, capace di coglierne le opportunità ed evitarne i rischi. Anche questo tipo di alfabetizzazione necessita di ripartire dalle scuole, come dimostrano le esperienze di weLand (Dalle colline d’Europa e Wiki va a scuola) e di Dschola (Scuola 2.0). La consapevolezza dello strumento digitale è un passo incredibilmente importante.

Ecco, penso proprio che questi siano gli obiettivi di lungo periodo per i Digital Champions che operano tra Monferrato, Langhe e Roero.

 

 

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Città ricca – campagna florida? Nel futuro non c’è smart city senza smart land
(di Aldo Bonomi – pubblicato il 07/01/2015 in ForumPA a questo link)

Ritengo che la retorica di moda intorno al termine “Smart City” debba essere scomposta e ricomposta dentro alcuni ragionamenti necessari.

Dico solo alcune cose molto telegrafiche, punto primo: “Capitale sociale”, nella metamorfosi, io ritengo che se concentriamo il nostro ragionare sulla metamorfosi, i cambiamenti delle forme di convivenza, i cambiamenti dei cicli economici, i cambiamenti delle città, se devo essere molto schematico, io ritengo che siamo di fronte ad un passaggio epocale in cui il capitale sociale che si produceva per prossimità oggi si produce per simultaneità.

Questo è il primo grande punto di metamorfosi. E quindi, quel capitale sociale di prossimità, rendeva la comunità più coesa. I lamenti sulla “ipermodernità che spazza via” rendono fino in fondo la difficoltà di costruire con un artificio, e non è un termine negativo, quella parola pesante che è comunità. Dentro la quale si mischia tutto: l’economia, la tecnologia, le reti, le community, per capirci…

Ecco, però il discorso è da centrarsi su prossimità e simultaneità. La prossimità era la cifra produttiva su cui ricercatori come me sono cresciuti assieme a De Rita, il distretto era prossimità.

La piattaforma della via Emilia non è più prossimità. La piattaforma della via Emilia o ha le reti lunghe o altrimenti non va da nessuna parte. E così anche la retorica del capitalismo molecolare, che mi appartiene: quello molecolare era un capitalismo di prossimità. Siamo di fronte a cicli economici di simultaneità. Sopravvive chi è simultaneo, dentro il meccanismo selettivo della globalizzazione, questo è un punto che mi interessa precisare. Il tutto è avvenuto perché è cambiato il paradigma e il paradigma su cui abbiamo costruito città, economie, prossimità era un paradigma che aveva al centro la statualità che discendeva giù per i rami, le amministrazioni. Però al centro c’era la statualità che discendeva per regioni, province, comuni, mettiamoci anche l’altro pezzo che oggi non c’è più, Comunità Montane. Capite già subito che questa discesa giù per i rami viene continuamente tagliata, anzi oggi siamo a ragionare sui poteri della Commissione Europea, che è sovranazionale. Siamo in attesa della letterina da Bruxelles. Con tutto ciò che questo significa. Non esiste ancora il potere formale, però esiste il potere sostanziale.

Il paradigma del novecento era un paradigma elementare, il paradigma con cui è cresciuta la mia generazione, i figli del ‘900, vedo qui Enrico Loccioni. Da una parte il Capitale, variamente inteso nella sua complessità, e dall’altra parte il lavoro (al singolare). Tu decidevi, in età giovanile da che parte stavi, e poi ovviamente il problema era il conflitto tra capitale e lavoro mediato da altri soggetti della prossimità, ve li ricordate, si chiamavano parti sociali. Soggetti, questi ultimi, che di questi tempi non hanno molta fortuna, che un tempo organizzavano gli interessi dentro la dimensione del territorio, mentre le Camere di Commercio erano il loro luogo di rappresentanza. Vedete che sto facendo un elenco di “cadaveri” dentro i processi di cambiamento, o di capri espiatori – ma il meccanismo è questo qua: capitale, lavoro e statualità in mezzo. Questo era il paradigma.

Il nuovo paradigma dove collocare la metamorfosi di cui parliamo è fatto dai flussi che impattano sui luoghi, li cambiano antropologicamente, culturalmente, economicamente, nelle forme di convivenza, e in mezzo c’è una questione aperta: ciò che appare come centrale sono le nuove dimensioni geopolitiche e geoeconomiche (l’Europa è una di queste) le città, e ultimo, ma non ultimo il territorio. Ovviamente io sono per il territorio. Per chiarirci, quando parliamo di flussi intendiamo: la finanza, le transnazionali, internet company, le migrazioni etc. Quindi i flussi che impattano sui luoghi li cambiano e noi stiamo ragionando come, a fronte di questo cambiamento, dobbiamo ritrovare una dimensione intermedia.. ecco da qui possiamo partire con il dibattito.

E ovviamente, se vogliamo andare indietro, il vero problema è capire se tiene ancora l’adagio braudeliano, città ricca – campagna florida, che è un vecchio adagio (risale ad ancor prima del fordismo). Io dico che non c’è dubbio che sia così. E cioè non esiste una città ricca, densa di scambi, forme di convivenza, cittadinanza, se non c’è anche una campagna florida e viceversa. Non esiste una campagna florida se non esiste la città ricca. Questo era un adagio fondativo anche della produzione di capitale sociale e il tutto noi lo dobbiamo far “atterrare” in Italia, perché credo che è proprio di questo stiamo discutendo, cosa succede nell’Italia delle 100 città, perché questo è il punto nodale. Come sta tutto questo nell’Italia delle 100 città? Come stanno, per capirci, Reggio Emilia, Arezzo, Modena? Io non ragiono solo rispetto quello che mi dice Delrio o la Madia sulle 10 aree metropolitane (che poi come se le sono inventate vorrei capire…) Quindi queste città metropolitane sarebbero la forma intermedia? Non mi pare.

Io ho l’impressione che quello che si sta ridisegnando è piuttosto questo: le 100 città equivalevano ai 100 distretti, ci siamo capiti? un proliferare di modelli di produttivi, agricoli etc. di grande eccellenza e grande diversità. L’Italia delle 100 città prima corrispondeva all’Italia dei 100 distretti, di questi modelli produttivi. Oggi, dentro la metamorfosi del cambiamento e nei tempi della simultaneità, io ragiono per piattaforme produttive o se volete per geocomunità. Ve la faccio breve, per me la via Emilia è un’enorme piattaforma produttiva. La “città adriatica” è un pezzo di una piattaforma produttiva, per ragionare con Loccioni. La Pedemontana Veneta è un pezzo di piattaforma produttiva. La pedemontana Lombarda è un pezzo di piattaforma produttiva. Mi spiego, dando i numeri di quella che conosco meglio. Se io penso a quella che io chiamo la città infinita lombarda, che non è Milano, ma ha dentro l’area metropolitana di Milano, o diciamo la “Milano città regione”, quella dell’Aeroporto di Malpensa e all’aeroporto di Montichiari, ho mezzo milione di attività economiche, e non ho detto imprese, perché ci metto dentro ipermercati, cinema etc.. dunque mezzo milione di attività economiche, un milione e mezzo di addetti (se qualcuno ha nostalgia della classe operaia la deve andare a cercare lì) e in quella città infinita c’è la più alta concentrazione di sportelli bancari, di agenzie del lavoro interinale, etc. E quella piattaforma produttiva, quella geocomunità, compete simultaneamente agganciata all’impresa tedesca da cui dipende per tutta una serie di fattori. Questa è la simultaneità.

E l’Italia si sta ridisegnando attorno a 19-20 piattaforme produttive e geocomunità che ridisegnano il loro spazio, la lor posizione e rappresentazione dentro la metamorfosi e dentro la globalizzazione. Quindi questione della Smart City, la questione del rinnovare il capitale sociale e la comunità che viene, per dirla con Agamben, dovo la collochi? Io la colloco dentro le piattaforme produttive e cerco di andare oltre i sindacalismi istituzionali che ormai pervadono tutti, per cui non si capisce bene quale è il rapporto tra Bologna, Modena, Reggio Emilia, la Romagna… perchè poi il problema è un po’ questo: il sindacalismo istituzionale.

Il problema è ragionare, dal mio punto di vista tenendo assieme due concetti fondamentali. Il concetto di Smart City e Smart Land. Tornando a Braudel, non esiste città ricca senza campagna florida, cioè non esiste la Smart city se non ci si occupa della Smart Land. Chiaro? La Smart Land è la terra circostante, cioè non esiste la Smart City Emiliana se non ci si occupa della piattaforma della via Emilia. E voglio vedervi a fare la Smart City a Bologna, e poi vai su e la nebbia vera dello smog della Padania te la vedi tutta…

Ragionare in termini di piattaforma. Questo è concettualmente, dal mio punto di vista, il punto vero e io sono molto preoccupato da questa retorica per cui saremmo indotti dal nuovo padrone che sta su e che dall’alto ci dice:” guardate che ci sono i progetti innovativi”.. quindi tutti a fare le smart city. Lo sappiamo benissimo metà di questo pubblico è qui perché dice “forse imparo qualcosa in più per il bando prossimo sulla smart city”, perché lo sappiamo che le risorse sono collocate lì per questo.

Quindi il problema è “Smart City e Smart Land”.
Dentro queste piattaforme stanno avvenendo delle tragedie dal punto di vista sociale, la crisi non è indolore. Io mi limito a citare i soggetti che ho più studiato. Il capitalismo molecolare non sta molto bene. L’ultimo libro che ho scritto è “Il capitalismo in-finito”. La parte più importante è il trattino in mezzo per cui io sostengo che l’epopea del capannone, la villetta a fianco del capannone, il giardinetto e la casa, i nanetti e la BMW in garage, è finita. Quella era l’antropologia fondante delle nostre piattaforma produttive. Se uno percorre la via Emilia è un unicum, sono le città infinite.

Capisco il discorso sul capitale sociale, ma la vera operazione che dobbiamo fare a breve è mettere assieme – lo dico in maniera volgare o banale – gli smanettoni con i capitalisti molecolari. Questo è il punto vero. Nelle mie frequentazioni del territorio, questi territori sono densi di creatività e di eventi. In ognuna di queste piattaforma produttive non puoi andare in giro che inciampi in un festival, che sia il festival della capra cotta o il festival della grande innovazione, tutti quanti stanno ragionando su come ri-rappresentarsi.

C’è una densità di creatività un po’ ovunque: tutti precari e disoccupati, però è pienissimo di smanettoni, anzi c’è un surplus formativo che non riesce a precipitare a terra. Questo è il vero problema che abbiamo. Da una parte un surplus formativo che non precipita a terra, dall’altra non abbiamo più le figure professionali in grado di reggere il capitalismo molecolare. Questo è il punto vero..

Allora la grande operazione tra Smart City e Smart Land è mettere assieme i creativi con i nuovi soggetti dell’economia, perché i capitalisti molecolari sono a rete corta, e se continuano così muoiono, devono produrre le reti lunghe. Le reti lunghe si producono in questo modo qua. E quindi, finisco, io credo che Loccioni sia un esempio di sintesi, ma attenzione lui non mi affascina solo per la sua innovazione tecnologica, lui era un metalmezzadro, faceva l’elettricista, poi ha fatto un’impresa, ma il vero salto è che lui ha fatto un progetto di fiume, nel senso che ha cercato di sistemare un fiume che esondava vicino la sua azienda, onde evitare l’”effetto Genova”. Facendo del suo territorio una piccola Smart City, è chiaro quello che voglio dire? Quindi questa è la ricostruzione del capitale sociale. E noi dobbiamo, a fronte dei milioni di soggetti “orfani del capannone”, dobbiamo prenderli per mano e dirgli che la Smart City e Smart Land che verrà sarà un soggetto degno di nuove forme di convivenza. E’ necessario un salto di discontinuità,questo è chiaro, l’epoca del capannone è finita.

(questo articolo è pubblicato con licenza Creative Commons 2.5 Attribuzione – Non Commerciale – Condividi allo Stesso Modo)

Stefano Leucci

Stefano Leucci

Nato ad Asti nel 1987 e attualmente ricercatore in informatica giuridica presso l'Università di Trento. Mi è bastato un anno fuori da Asti per guardarla da lontano e sentire la necessità di valorizzarne le sue bellezze in una dimensione europea. L'avventura in weLand mi permette di trovare un contesto in cui far ritornare a casa le mie idee, costruendo un nuovo "territorio digitale". Asti ha solo bisogno di essere risvegliata da un sonno profondo. La migliore sveglia è la buona volontà delle persone e la loro energia portata a bene comune.

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